Figure simboliche del risorgimento-Associazione culturale

Fiano Romano (RM), 28 gennaio 2012
La giornata tricolore della cultura risorgimentale”

 

Figure simboliche del volontariato garibaldino

di Antonio Oliverio

 

Quando si parla di risorgimento si pensa sempre a Garbaldi, Cavour Mazzini, Vittorio Emanuele, i cosiddetti “Padri della patria”. Ci dimentichiamo, a volte, di tutti coloro che, con il loro valore, hanno contribuito affinché noi oggi fossimo qui a festeggiare l’Unità d’Italia.

 

Mi piace oggi ricordare qui con voi alcune figure garibaldine che con la loro audacia, col loro coraggio e col loro sacrificio fecero sì che Garibaldi divenne il Generalissimo, l’eroe dei due mondi.

 

Il primo che voglio ricordare è colui che trasformò il Garibaldi pirata/guerrigliero nel Garibaldi condottiero: si chiamava ANZANI Francesco detto "Francisco". Giovanissimo abbandonò gli studi per andare a combattere in Grecia nella guerra d'indipendenza contro la Turchia, tornato in Italia frequentò l'università di Pavia che abbandonò nel 1832, per recarsi in Francia, dove conobbe Mazzini e prese parte al moto socialista del 5-6 giugno. Andò poi a combattere in Portogallo tra i Volontari di Oporto e successivamente si recò in Spagna e si arruolò col grado di capitano nella Legione straniera per combattere contro don Carlos pretendente al trono. Tornato in patria fu arrestato a Genova dalla polizia sarda e consegnato all'Austria; liberato e messo sotto sorveglianza, preferì emigrare in America. Combatté per i riograndesi contro il Brasile e qui ebbe il primo incontro con Garibaldi. Migrò poi in Uruguay, fece il mercante nella città di Salto, quando cominciò l'assedio di Montevideo da parte di Manuel Oribe contro i " colorados" di Rivera si trovava a Buenos Aires. Si recò a Montevideo dove insieme a Garibaldi riorganizzò la Legione Italiana, fu il secondo di Garibaldi, ma di fatto il commando della Legione era suo. Respinse la truppe nemiche a Salto mentre Garibaldi combatteva a San Antonio. Nel 1848 si imbarcò insieme a Garibaldi ed a altri legionari sul Bifronte, per far rientro in Italia, durante il viaggio si ammalò, sbarcò a Nizza gravemente malato, raggiunse poi Genova dove morì.
Jessie White Mario disse che se Garibaldi era il condottiero militare della Legione Italiana, Anzani era "il suo capo e la sua guida morale".
Mazzini nei suoi scritti lo definì “il fratello di guerra“ di Garibaldi
 

Insieme ad Anzani e Garibaldi, si imbarcò per Genova un altro personaggio che voglio qui rammentare: AGUYAR Andrea. Nato da genitori africani schiavi come lui, venne liberato con la proclamazione della repubblica uruguayana e da allora seguì sempre Garibaldi anche quando rientrò in Italia. Aguyar fu al fianco di Garibaldi sin dalle prime fasi della I guerra di indipendenza italiana ma le attenzioni su di lui arrivarono, soprattutto, durante la difesa della Repubblica Romana. Era per Garibaldi uno degli amici più cari, un guerriero fortissimo ma buono tant’è che giocava coi figli del generale: era qui per combattere una guerra che non lo riguardava e vi trovò la morte. Il pittore olandese Jan Koelman, anche lui presente nell’Urbe duranti i giorni della Repubblica Romana, lo definì "Ercole di color ebano".

 

Numerosa è la presenza di stranieri che militarono nelle file dei volontari garibaldini, tra questi rilevante fu la presenza ungherese. Uno di essi fu TÜKÖRY (Lajos) Luigi de Algyest. 
Tüköry si distinse nella difesa della rivoluzione ungherese del 1848-49, passato poi al servizio del Sultano ottomano combatté contro i Drusi del Libano (1850) e in seguito partecipò alla guerra di Crimea (1853-1856). Nel 1859 per combattere contro gli austriaci, si arruolò con i Cacciatori delle Alpi venendo quindi a contatto con Garibaldi che seguì l’anno dopo in Sicilia. Segnalatosi nella battaglia di Calatafimi, morì in seguito alle ferite riportate nell’attacco al ponte dell’Ammiraglio a Palermo. In suo onore, pochi giorni dopo la sua morte, la corvetta borbonica Veloce, caduta in mano ai piemontesi, venne ribattezzata Tüköry.

 

Venendo al nostro territorio non posso non menzionare i fratelli Giovagnoli, 4 fratelli che presero parte alle campagne del 1859, del 1866 e del 1867. Lo stesso Garibaldi li definì “I Cairoli del Lazio”. La famiglia Giovagnoli, alla caduta della Repubblica Romana alla quale aveva aderito il Giovagnoli padre, si trasferì in esilio a Monterotondo. Qui i quattro ragazzi fecero gli studi e vennero educati dal padre all’amore della patria e della libertà. Allo scoppiare della II guerra d’indipendenza, compatti partirono volontari e si arruolarono nell’esercito sabaudo per combattere l’oppressore.
Raffello, il più famoso dei quattro, si dimise dall’esercito per poter partecipare alla Campagna dell’Agro Romano. Dopo l’esperienza militare, divenne un famoso romanziere e si dedicò anche alla politica, rivestendo più volte la carica di consigliere comunale a Roma fino ad arrivare ad essere eletto deputato.
Ettore, dopo il 1860 si ammala ed ottiene il congedo ritirandosi a Perugia dove proseguì gli studi. Guarito e laureatosi, non esitò a rimbracciare le armi coi fratelli nel 1866 e nel 1867.
Fabio, nell’esercito sabaudo fece una veloce e brillante carriera fino a raggiungere il grado di sottotenente. Chiese ed ottenne un’aspettativa per arruolarsi coi fratelli nella Legione romana per difendere i suoi luoghi d’infanzia. Fu arruolato nella colonna Frigyesi col grado di “capitano aiutante maggiore” ma proprio nel tentativo di conquistare la sua Monterotondo fu colpito mortalmente a soli 24 anni.
Mario, oltre alle guerre d’indipendenza combattute insieme ai fratelli, partecipò alla repressione del brigantaggio nell’Italia meridionale. Congedatosi dall’esercito, nel 1867 si arruolò con i fratelli nella colonna Frigyesi e partecipò all’assalto di Monterotondo.

 

Nel Risorgimento molte sono le figure di donne che hanno lavorato al conseguimento dell’indipendenza italiana. Sicuramente la più famosa di tutte è Anita Garibaldi. Ma molte altre donne diedero il loro apporto alla causa unitaria, chi con la loro capacità dialettica e diplomatica, Virginia Oldoini, contessa di Castiglione, chi organizzando nelle proprie case riunioni segrete tra patrioti, Giuditta Tavani Arquati, chi con l’inchiostro descriveva e raccontava le vicende belliche o alimentava il senso di patriottismo tra i lettori anche oltre confine, Jessie White Mario e Margaret Fuller Ossoli, chi si prodigava nella cura dei feriti e nell’organizzazione sanitaria durante le battaglie, Cristina Trivulzio Belgioioso ed Enrichetta Di Lorenzo (Pisacane), chi pur di imbracciare le armi si travestì da uomo ed alcune di queste le troviamo nelle Camice rosse.

 

La prima delle combattenti garibaldine cui voglio rendere omaggio è ANTONIETTI Colomba in Porzio. Figlia di fornai, trascorse la sua gioventù a Foligno dove conobbe un giovane cadetto delle Guardie pontificie il conte Luigi Porzi. La storia d'amore tra i due ragazzi, che culminò col matrimonio avvenuto contro il volere delle famiglie, ci fa capire il temperamento di Colomba e della sua voglia di libertà. Nel 1848 il marito, sebbene tenente delle truppe pontificie, aderì alla Repubblica romana, a difesa della quale Colomba volle combattere al suo fianco: si tagliò i capelli e vestì l'uniforme da bersagliere. Si distinse tra i volontarî garibaldini a Velletri, ove combatté corpo a corpo con la baionetta in resta, e in Roma nella disperata difesa di Villa Corsini e di Porta S. Pancrazio dove il 13 giugno 1849 cadde uccisa da una cannonata francese. « Quella giovane cadde inginocchiata, levò le mani e gli occhi al cielo, e spirò dopo un minuto gridando "Viva l'Italia".»

 

Nell'elenco ufficiale dei Mille compare il nome di una sola donna: MONTMASSON Rose (Rosalia). Originaria della Savoia, di professione stiratrice, si trasferì a Torino nel 1849 e qui conobbe Francesco Crispi di cui divenne la fedele compagna, condividendone l’esilio prima in Piemonte e poi a Malta, dove nel 1845 contrasse con lui un matrimonio in seguito considerato irregolare. Di carattere fermo e coraggioso compì numerose missioni segrete donandosi alla causa risorgimentale. Partecipò a tutte le battaglie della spedizione dei Mille, distinguendosi soprattutto a Calatafimi per l’aiuto dato come infermiera ai garibaldini feriti. Cadde poi in disgrazia quando il marito si risposò; sopravvisse grazie a un vitalizio elargito prima dall’ex marito e, dopo la morte di questi, dallo Stato.

Ci sono riscontri che dimostrano che altre furono le donne che parteciparono alla spedizione dei Mille.

 

MARTINI GIOVIO DELLA TORRE SALASCO Maria. Figlia ribelle del conte Carlo Camera di Salasco, il generale che sottoscrisse l’armistizio con gli austriaci nel 1848, Maria, giovanissima, prese parte alle cinque giornate di Milano. Si sposò col conte Martini Giovio della Torre di Crema dal quale poi si separò. A seguito della separazione col marito, il padre la chiuse in un convento dal quale Maria fuggì per rifugiarsi in Inghilterra, dove entrò in contatto con gli esuli italiani e incontrò Garibaldi dal quale rimase affascinata. Nel 1860 partecipò alla spedizione dei Mille: la incontriamo a Marsala, vestita con la divisa delle "Guide garibaldine", e con un gruppo di patriote di Milazzo, con le quali si dedicò alle ambulanze militari, segnalandosi per il suo coraggio. Quando, durante il carico delle truppe garibaldine, alcune navi borboniche si avvicinarono alla riva di Milazzo,  aprendo un terribile fuoco, Maria, con grande agilità e coraggio, irruppe a cavallo con la sciabola sguainata tra gli artiglieri che fuggivano sotto il fuoco nemico,  riportandoli alle loro postazioni. Scesa di sella, ella stessa puntò un cannone contro il nemico. Quando un medico garibaldino, a seguito di disaccordi  sui metodi di cura, la fece espellere dall'infermeria, si ritirò dalla vita militare.

 

MASANELLO Antonia (Tonina) detta "la guerriera di Garibaldi". Contadina di nascita, cominciò giovanissima a cospirare contro gli austriaci insieme a Marinello suo futuro marito. La coppia si era occupata di aiutare chi voleva espatriare dal Lombardo-Veneto e raggiungere il Piemonte. Nel 1860 i due raggiunsero i Mille a Salemi all’indomani della celebre battaglia di Calatafimi (15 maggio). Antonia si arruolò come Antonio Marinello, facendosi passare per il fratello del coniuge, e venne inquadrata nel terzo reggimento della Brigata Sacchi, facendosi tutta la campagna di liberazione del sud Italia. Soltanto un paio di ufficiali erano a conoscenza della sua reale identità ed ebbero a dichiarare che Tonina (così veniva chiamata) “avrebbe potuto comandare un battaglione se la sua condizione di donna non glielo avesse impedito”. Si dice che fossero al corrente del suo segreto soltanto il colonnello Bossi e il maggiore Ferracini; altre fonti aggiungono Francesco Nullo e lo stesso Garibaldi, che avrebbe osservato sciogliersi la folta capigliatura, dapprima raccolta sulla nuca, nel furore di uno scontro. Il brevetto di caporale e il “congedo con onore” conseguiti sotto il falso nome di Antonio Marinello al termine della campagna, dopo la capitolazione della fortezza di Gaeta (13 novembre 1861), confermerebbe la condotta di impavido “combattente” della Masanello.

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